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UNA TEORIA A SUPPORTO DELLA MULTI-IPERMEDIALITA' |
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Fra le teorie elaborate nel corso del secolo XX a sostegno della multimedialità, dell’ipermedialità, della telematica e della realtà virtuale, si possono distinguere quattro filoni di pensiero che appoggiano l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nei processi di insegnamento e di apprendimento. Uno di questi filoni di pensiero è quello tecno-antropologico del francese Pierre Lévy, antropologo cognitivista dell’Università di Parigi, che è in perfetta linea con la visione costruttivista della conoscenza. In “L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio”, Milano, Feltrinelli, 1996, Lévy sostiene che, grazie ad Internet e al WWW, l’intelligenza è ormai distribuita ovunque ed è diventata, pertanto, un’intelligenza collettiva. Bianca Maria Varisco (docente di Informatica e tecnologie educative dell’Università di Padova) scrive una precisazione indispensabile alla teoria di Lévy: “Il fondamento e il fine dell’intelligenza collettiva sono il riconoscimento e l’arricchimento reciproco delle persone e non il culto di comunità feticizzate o ipostatizzate.” Infatti Lévy precisa: “Lungi dal fondere le intelligenze individuali in una sorta di magma indistinto, l’intelligenza collettiva è un processo di crescita, di differenziazione e di mutuo rilancio delle specificità”. B.M. Varisco sostiene che questa precisazione è fondamentale perché mette in risalto la diversità delle qualità umane. L’appartenere ad una comunità di pratiche è importante non perché omologa tutti gli appartenenti, ma proprio perché valorizza le differenze e le identità personali attraverso il confronto diretto e continuo tra i singoli partecipanti. Ecco, infatti, come Pierre Lévy descrive l’intelligenza collettiva di internet (da Summit della Comunicazione 1997 – Tre Anni dal Duemila. Seminario Scuola in rete: educare alla comunicazione, Centro Studi San Salvador, Venezia, 8 marzo 1997): “L’idea di mobilitazione dell’informatica […] è l’intelligenza collettiva, vale a dire la valorizzazione, l’utilizzazione ottimale e la messa in sinergia delle competenze, delle immaginazioni e delle energie intellettuali, quale che sia la loro diversità qualitativa e ovunque si collochino. [….] tra poche decine di anni, il cyberspazio, con le sue comunità virtuali, le sue riserve d’immagini, le sue simulazioni interattive, il suo irrefrenabile brulicare di testi e di segni, sarà il mediatore essenziale dell’intelligenza collettiva dell’umanità”. E a proposito dell’apprendimento cooperativo reso possibile dall’uso delle I.C.T. (Information and Communication Technologies = Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) e dei nuovi ruoli che studenti e docenti assumono all’interno degli ambienti di apprendimento creati nel cyberspazio, Lévy sostiene: “I professori apprendono insieme agli studenti e aggiornano continuamente tanto il loro sapere “disciplinare” quanto le loro competenze pedagogiche. [….] Gli studenti possono partecipare a conferenze elettroniche deterritorializzate nelle quali intervengono i migliori ricercatori della loro disciplina. Pertanto, la principale funzione dell’insegnante non può più essere una “diffusione della conoscenza” che altri mezzi assicurano ormai in modo più efficace. […] L’insegnante diventa un animatore dell’intelligenza collettiva dei gruppi di sua competenza. La sua attività sarà incentrata sull’accompagnamento e la gestione degli apprendimenti: incitando allo scambio delle conoscenze, alla mediazione razionale e simbolica, al pilotaggio personalizzato dei percorsi di apprendimento ecc.” Viene, quindi, sottolineato il ruolo del nuovo docente che è sempre più facilitatore e mediatore dell’apprendimento e sempre meno dispensatore di conoscenze; le cui competenze disciplinari sono ormai rese meno importanti dinnanzi alle approfondite competenze metodologiche e didattiche che oggigiorno deve possedere. Anche il ruolo degli studenti muta percettibilmente, poiché, all’interno delle Communities of Learners, comunità virtuali di apprendimento su Internet, essi stessi, oltre che apprendenti, diventano tutor dei loro coetanei in uno scambio continuo e reciproco. Tali Communities of Learners vengono considerate “zone di sviluppo prossimale”, definizione coniata dallo psicologo russo Lev Vjgotskij il quale scoprì che, sotto la guida di un adulto o in collaborazione con un compagno, l’alunno può andare oltre il punto di apprendimento a cui perverrebbe con le sue sole forze. |
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data pubblicazione articolo: 13/03/2004 |